MILANO, ITALIA. Poco più di 2 anni prima
Cosa diavolo stessi facendo seduta su quel marciapiede polveroso e sporco neanche io lo sapevo esattamente. I tacchi erano talmente alti che il tallone mi doleva, ma non potevo mettermi più comoda. Indossavo una cortissima minigonna di tessuto nero e sarebbe stato estremamente facile sbirciare tra le mie gambe.
Stavo lì rannicchiata e annoiata ad aspettare che Lorenzo uscisse dal supermarket davanti a casa. Era sabato sera e dopo questa commissione avremmo cenato in un ristorante alla moda di Milano. Prima aveva voluto entrare nel supermarket per comprare del bacon da friggere per il brunch del giorno dopo. Sarebbero state le ultime occasioni per poter godere di un lento e assonnato pranzo sul terrazzo. Gli ulivi, i limoni e gli oleandri che avevo minuziosamente scelto erano verdi e carichi di foglie. Adoravo passare del tempo in quello spazio.
Presi una boccata di fumo dalla sigaretta che tenevo salda tra le dita smaltate. Non ricordavo di aver iniziato a fumare, eppure eccomi lì. Lentamente soffiai via la nuvola grigia che era entrata nei miei polmoni. La osservai per qualche istante prima di indirizzare distrattamente la mia attenzione verso il mondo che si muoveva attorno a me. La strada era gremita di ragazzi, una fiumana borbottante che si godeva l’aperitivo passando da un locale all’altro. Scansandomi distrattamente, superavano la mia figura, miracolosamente senza calpestarmi.
“Chissà se loro sono felici.”
Pensai osservandoli dalla mia posizione accucciata a terra.
Il mio sguardo si soffermò sulle mie gambe nude e rannicchiate. Erano magre, magrissime. Forse non ero mai stata così esile in vita mia. Il dolore mi stava consumando da dentro, lentamente e inesorabilmente.
Mi sentivo sgretolata, logorata, a tratti disperata.
Presi un’altra boccata di fumo.
Che schifo, fumare.
Tutto ciò che avevo costruito, tutto ciò che mi definiva aveva preso fuoco. La mia vita stava andando in frantumi ed ero io la folle piromane. Ma non sapevo fermarmi. Non potevo. Non volevo. Non sarebbe rimasto più nulla e lo sapevo.
“Non voglio essere felice, mi basta non stare così male.”
Pensai rannicchiata su quel marciapiede lercio di Milano, con la sigaretta appesa a mezz’aria davanti al naso e lo sguardo grigio posato su una coppia che si teneva per mano.
“Potrei spegnermi il mozzicone sulla coscia. Per distrarmi, ecco.”
Mi fissai il quadricipite seria, con gli occhi spenti e la schiena ricurva. Avevo tutto, non avrei dovuto sentirmi così. Non aveva senso, era sbagliato.
Stavo per abbassare il cerino rovente sul ginocchio quando vidi Lorenzo venirmi incontro facendo dondolare il sacchettino giallo della spesa di una nota catena di supermercati del Nord Italia.
Era abbronzato e, così asciutto, era davvero attraente. Indossava una camicia rosa di lino, un pantalone bianco e cintura e mocassini beige. Era piacevole e seducente. I suoi occhi, di un azzurro ghiaccio, non facevano trapelare nessun sentimento.
“Che schifo. Fumi. Mi fai vergognare. Sono disgustato. Quando sei caduta così in basso?”
Guardandomi dall’alto in basso, mi fissò con espressione inorridita.
Si vergognava di me, era sincero.
Questa frase, il suo disgusto, mi ha tormentata per anni. A volte le parole pesano più che macigni.
Avrei voluto alzarmi e vomitargli addosso tutta la rabbia che provavo in quel momento.
Ma non dissi nulla. Abbassai lentamente il mozzicone che ancora tenevo acceso tra le dita e lo spensi.
A terra, non sul mio ginocchio almeno.
Cazzo, quanto odiavo la mia vita.
Fotografie originali di The Blueyes Backpacker